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Il tema del lavoro è sicuramente quello più importante, non fosse altro per il fatto che più di tutti gli altri caratterizza il pescatore nel suo rapporto d'amore e odio, di sacro e profano, di vita e di morte con il mare. Il mare, quella splendida immensità azzurra che vuol dire sopravvivenza, ricordi d'infanzia, vita, ma che molto spesso vuol dire anche carestìa, nostalgia, morte. Un nostro brano, a tal proposito, molto toccante (Lucie, te l'hanne ditte?) riassume molto efficacemente la scena di quando veniva portata la notizia ad una donna che suo figlio non aveva fatto rientro nel porto, tragedia questa che, anche se più raramente, si ripete ancora oggi, a dimostrazione del grande rispetto che il mare merita sempre. |
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Ma sicuramente sul rispetto era basato il rapporto tra pescatore e mare visto che quest'ultimo allora rappresentava pressoché l'unica risorsa di vita per intere famiglie termolesi. I nostri balli "da sciabbeche" [foto in basso a destra], "di nasse", "di shcaffette", non solo riassumono con figure coreografiche e simboliche i movimenti del lavoro, in acqua e a terra una volta rientrati, ma diventano anche l'occasione per mostrare, nella loro immagine e nel loro impiego, gli attrezzi lavorativi d'un tempo, oggi pressoché in disuso: la rete ('a sciabbeche), le ceste per il pesce (i shcaffette), gli strombatori per la pesca di riva (i stremmature) [foto in basso a sinistra], le nasse (i nasse) [foto in alto a destra]. |
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L'esecuzione di altri canti (Che secche e tempurale, Voije merì che te, Quande a cambäne, Amore e mare, ecc.) oltre ad arricchire il nostro programma di ulteriori momenti melodiosi, ci consentono di rendere più chiaro al pubblico ciò che erano le emozioni dei pescatori di un tempo: la speranza di trovare nelle reti più pesci che alghe, l'affetto incancellabile provato per il mare, le immagini romantiche e spettacolari che la grande distesa d'acqua riesce a regalare durante l'arco della giornata. |
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